L’intramontabile gusto del Caffè di “Bottega Goldoni” al Teatro Coccia di Novara

Fra gli emblemi dell’italianità nel mondo c’è sicuramente il caffè. La bevanda certo, che è quasi un culto, un rito irrinunciabile. Un respiro fuori dai pressanti ritmi quotidiani, dallo scandire degli orologi. Ma anche il “Caffè” come luogo; che ha. in Italia in particolare, una dimensione tutta sua. Quasi un luogo altro, costruito dalle dinamiche relazionali che si instaurano al suo interno, e punto di osservazione della vita che scorre al di fuori di esso. Dove gli avventori sono spettatori, ma anche autori di narrazioni più o meno adese alla realtà, tessitori a tratti un po’ maligni delle trame alle quali assistono… Anche per questo “La bottega del caffè”, passata per il bel teatro novarese il 25 e il 26 marzo, non mostra segni di invecchiamento, perpetrando il proprio successo lungo quasi tre secoli di rappresentazioni: l’ambientazione e le sue caratterizzazioni rimangono attuali.
“Il luogo della scena, che non cambia mai, merita qualche attenzione: è una piazzetta nella città di Venezia. Di fronte vi sono tre botteghe: quella in mezzo è un caffè, quella a destra è occupata da un parrucchiere e l’altra a sinistra da un biscazziere. Da una parte, vi è fra due calli, una casetta, abitata da una ballerina, dall’altra una locanda”. – dai Memoires di C.O.Goldoni
Ma il merito principale ovviamente va alla penna talentuosa e finemente pungente del suo autore, Carlo Osvaldo Goldoni, che ambienta la commedia nella città che ha visto i suoi natali e nel periodo che più la identifica, quello del Carnevale; ma che sceglie di scrivere in lingua fiorentina, valicando inflessioni e confini regionali, evidenziando come egli fosse già idealmente cittadino del Bel Paese ancora in gestazione (cent’anni circa mancano al momento sofferto dell’unità), esperienza diretta dei suoi tanti spostamenti. L’esaltazione quindi ultima dell’opera spetta naturalmente a chi la porta in scena.
Il risultato compiuto dagli attori – Emanuele Strati, Ester Galazzi, Francesco Migliaccio, Maria Grazia Plos del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, che produce lo spettacolo insieme a Goldenart Production e Fondazione Teatro della Toscana, insieme a Luca Altavilla, Anna Gargano, Armando Granato, Vito Lopriore, Michelangelo e Michele Placido, sotto la regia di Paolo Valerio, rende appieno tutta la vivace coralità dell’opera. Un carosello di personaggi che vestono i panni senza tempo di virtù e vizi dell’uomo nella società che guadagna agio, come sottolineano i bei costumi realizzati da Stefano Nicolao, che si muovono o si arrestano fra gli spazi ritmicamente scanditi dell’articolata scenografia di Marta Crisolini Malatesta, immersa in caldi toni di ombre e luci di Gigi Saccomandi.
Occhio scrutatore e malizioso ingarbugliatore delle vicissitudini è il napoletano Don Marzio -interpretato da Michele Placido; pettegolo di professione, tra una calda tazzina fumante e l’altra, tira i fili di segreti e malefatte altrui, delle dedizioni al gioco, al tradimento e alla menzogna, condendoli con originale fantasia, nonché divertita e divertente malignità. Contraltare dell’impunito impiccione è il proprietario della Bottega, Ridolfo -Francesco Migliaccio-, rappresentante della buona borghesia: uomo saldo nei suoi principi morali, nell’etica del proprio lavoro e di buon cuore, che opera per porre rimedio alle cattive abitudini esercitate da chi ruota intorno al suo esercizio. Come piatti di una bilancia, Ridolfo e Don Marzio sembrano essere deputati a determinare gli equilibri del microcosmo che essi stessi abitano, fra giustizia e punizione. In verità, proprio grazie all’esasperante vocazione di Don Marzio guai e peccati verranno a galla, dando quella possibilità di ravvedimento e rimedio che altrimenti forse non sarebbe stata.
La riflessione ultima, che traspare al termine di questa godibilissima commedia di 2 ore, su ruoli, coscienza e responsabilità rispetto alle proprie azioni, la lasciamo alla personale visione di questo riuscito allestimento.
Chiara Vecchio
Fotografia Simone Di Luca